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Gli arresti per il Primo maggio a Milano hanno già smesso di fare notizia. Eppure il giorno in cui furono eseguiti i mandati di cattura i media usarono toni di vendetta, quella vendetta tanto agognata dai benpensanti che già si era tradotta in morbose dimostrazioni di affetto nei confronti di muri ripuliti a colpi di spugnetta e in accorate espressioni d’indignazione per le auto e vetrine danneggiate.

In Italia, in questo momento, due persone sono ancora in carcere, altre agli arresti domiciliari o indagate a piede libero. Mentre cinque studenti greci sono stati prima incarcerati sulla base di un mandato di arresto europeo, usato per la prima volta per accuse di natura politica, poi rimessi in libertà provvisoria e infine negati all’estradizione richiesta dall’Italia, grazie alle ampie mobilitazioni svoltesi ad Atene, con cortei, scioperi e occupazioni di municipi e università.

Questi arresti, insieme con l’inchiesta tuttora portata avanti dal procuratore aggiunto di Milano Maurizio Romanelli e dal pm Piero Basilone, sono tasselli di un mosaico che comincia a costruirsi già prima del corteo del Primo maggio attraverso una serie di sgomberi, perquisizioni e vaste operazioni di polizia, fino alla militarizzazione di interi quartieri, il tutto allo scopo di alimentare una narrazione tossica intorno alle mobilitazioni di quei giorni e alle vite di chi vi ha partecipato.

Il reato più grave che viene contestato agli arrestati è quello di devastazione e saccheggio, un dispositivo penale più volte utilizzato per “reati di manifestazione” negli ultimi quindici anni, benché fosse stato previsto dal “codice Rocco” per situazioni di tutt’altra natura e gravità. Come dire che peggio del legislatore fascista riescono a fare solo polizia-giudici-giornali della “democrazia reale”. E infatti, da Genova a Cremona passando per Roma e Milano, quest’accusa viene usata come una clava per stroncare la radicalità di piazza.

Chi lotta in varie forme contro la logica di governo delle vite e dei territori che si manifesta nelle Grandi Opere e nei mega-eventi, chi quel giorno era in strada anche solo per vivere un pomeriggio diverso dal sempre-uguale milanese, chi “non ci sta più dentro” e cerca di uscirne può sentirsi vicino a chi oggi è colpito dalla repressione.

Ognuno può intendere ed esprimere la solidarietà come meglio crede.

Questo è un appello a discutere e confrontarsi, una chiamata rivolta a chiunque sia interessato, si tratti di singoli individui o di realtà collettive, a esprimersi, a prendere posizione, a “mettersi in mezzo”.

I modi possibili sono tanti. A ciascuno il suo.

Il Primo maggio c’eravamo tutti – l’accusa di devastazione e saccheggio ci colpisce tutti.

Il Primo maggio c’eravamo tutti – lo slancio per contrattaccare sta in tutte le lotte che portiamo avanti ogni giorno.

Il Primo maggio c’eravamo tutti – e continueremo a esserci.

SCATENIAMOLI

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